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SPOSTATI : IL PROBLEMA,
PER GLI ABITANTI DI CASILINO, NON ESISTE PIU!
Il gioco è semplice e redditizio
per limmagine dellAmministrazione comunale: i rom stanziati
nel fosso di Centocelle sono troppi e possono diventare
un problema per gli abitanti di questo territorio al confine fra i Municipi
VI, VII e VIII.
Li allontaniamo dalla vostra vista: non vedendoli, penserete che il
problema sia stato risolto (o sia stato scaricato su altri territori,
ma a voi cosa importa?).
Direte: questa sì che è unAmministrazione che sa
decidere!
Quanti fra gli abitanti dei Municipi interessati si saranno chiesti
dove quelle persone sarebbero finite, quale situazione più idonea
il Sindaco e lAssessore Belvisi avrebbero loro prospettato, come
avrebbero salvaguardato le povere relazioni sociali e lavorative che
quelle famiglie stavano tentando di instaurare sul territorio, come
avrebbero garantito la continuità della frequenza scolastica
?
Forse si sono posti queste domande solo quegli abitanti che, in qualità
di bambine e bambini, di mamme e papà, di insegnanti e personale
delle Scuole Baracca, I.Masih, Massaia,
hanno avuto modo di conoscere quelle persone come individui, con nome
e cognome (difficili da pronunciare, ma con dei suoni così affascinanti!)
non come indistinti membri di un gruppo rom , abusivo, arretrato, poco
pulito, di sicuro un po ladro e delinquente come tutti i gruppi
rom.
Pochi conoscono le grandissime differenze
che ogni comunità esprime : i rom sono dai 9 ai 12 milioni, solo
in Europa. Abitano in maniera stanziale in molti Paesi europei, dei
quali hanno assimilato la lingua, la religione, la cultura, che utilizzano
insieme a quella storica del proprio popolo. Hanno subito lolocausto
nei campi nazisti, ma non sono mai stati risarciti. La loro lingua non
è censita fra le lingue ufficiali europee (si pensi che sono
censite, ad esempio, due lingue dei non udenti, la lingua ladina, il
patois!) .
In rom nati i Italia , distinti in diverse comunità, Sinti, Kalderasha,
Abruzzesi, Campani, Camminanti siciliani,
sono circa 120.000; con
quelli di più recente immigrazione, per lo più dagli stati
dellex Iugoslavia , non raggiungono i 200.000.
Le difficoltà a riconoscere e accogliere il popolo rom esistono
in tutta Europa, per le caratteristiche di marginalità storica
e di valori che questo popolo vive: nessuna comunità
rom ha mai voluto rivendicare un territorio come proprio, i rom non
hanno mai dichiarato guerra a nessuno, non attribuiscono valore sacro
e inviolabile alla proprietà e ai confini fra Stati.
Molte comunità sono divenute, nel tempo, stanziali , soprattutto
nei paesi di lingua slava dellEst e del Centro Europa. In alcuni
di questi, vedi la Serbia, sono stati per secoli ridotti in servitù.
I rom , praticando lavori che in passato prevedevano spostamenti (attività
circensi, artigianato dei metalli, musica, allevamento di bestiame)
sono stato spesso in movimento fra i diversi Stati .
Solo lItalia, la Grecia e la Bulgaria, però, sono state
richiamate dallunione Europea per le modalità assolutamente
insufficienti e critiche dellaccoglienza (difficoltà dei
riconoscimenti di cittadinanza anche per i nati in Italia, difficoltà
ad ottenere permessi di soggiorno, situazioni troppo diffuse di rom
apolidi) e per la mancanza di una politica abitativa (campi di transito
dignitosi, villaggi attrezzati, possibilità di accedere agli
alloggi di edilizia popolare).
Moltissimi di noi sono portati a generalizzare, attribuendo ai singoli
i comportamenti di pochi: e questo è ciò che immediatamente
porta al razzismo.
Delle famiglie allontanate dal campo abusivo di Casilino 700,
tutte provenienti da una cittadina a sud di Bucarest, ci risulta che
alcuni abbiano regolari contrati di lavoro e che altri facciano lavori
precari, ad esempio una parte ricicla materiali che noi gettiamo seminuovi
nei cassonetti, alcune giovani donne prestano servizio in famiglie italiane.
Per quanto riguarda la scolarizzazione,
posso testimoniare personalmente , e con me tante e tanti docenti Iqbal
Masih, che i rom rumeni si sono presentati allistituzione
educativa con grande dignità e desiderio di integrazione, con
la consapevolezza profonda della utilità della scuola , con una
grandissima voglia di riscatto sociale e di un futuro migliore per i
propri bambini.
Ci siamo spesso dette con le insegnanti (i bambini di questo gruppo
hanno , in parte, cominciato a frequentare la nostra scuola dal gennaio
2008) che non abbiamo mai visto genitori così poveri, in situazione
abitativa tanto precaria e insalubre che però si mostrassero
così ostinati nel portare quotidianamente i bambini in perfetto
orario scolastico, a piedi o in bicicletta ( poiché non possiedono
automobili né roulotte, né furgoni) nonostante il campo
non sia vicino alla scuola, che si mostrassero tanto puliti ed in ordine,
loro e i loro figli, e avessero tanta cura per il corredo scolastico!
Addirittura alcuni, nonostante la evidente povertà, contribuiscono
alla cassa di classe, con cui i genitori fanno fronte ai bisogni che
la scuola non riesce a coprire (prodotti per ligiene personale,
materiale didattico, piccoli sussidi).
Certo la fatica non è poca: per i bambini, molti dei quali non
hanno mai frequentato la scuola in Romania, dove listruzione si
paga e diventa, quindi, impraticabile per i poverissimi. Per maestre
e maestri, professori e professoresse che devono affrontare non solo
lostacolo della lingua, ma anche i problemi di percorsi didattici
molto individualizzati. Per il personale non docente , chiamato a vigilare
con tutte e tutti i docenti sui comportamenti complessivi nei locali
scolastici, in giardino, in refettorio, di bimbi abituati a vivere solo
in spazi aperti e in spazi molto angusti e promiscui come possono essere
i furgoni e le baracche.
Tutti questi sforzi vengono, però, vanificati se non cè
continuità.
Alla comunità, il giorno 11 novembre,
dopo lo sgombero, è stata data una sola alternativa: il rimpatrio
assistito immediato (o il ricovero provvisorio, in attesa del rimpatrio)
in strutture di accoglienza per le sole donne e bambini.
L offerta è stata, per lo più rifiutata.
La comunità rom, che per la notte successiva allo sgombro, si
era sistemata in una fabbrica di birra abbandonata del quartiere Villa
de Santis, il giorno successivo è stata nuovamente sgombrata,
con grande spiegamento di forze di Polizia..
Dopo la distruzione delle baracche, con tutto ciò che contenevano
di strumenti essenziali per cucinare, dormire, vivere, parte delle famiglie,
una trentina di persone, sono state indirizzate dallAssessorato,
in accordo con i Servizi Sociali dei due Municipi VI e VII in una struttura
di via Salaria, dove neanche agli avvocati è concesso entrare,
parte , circa trenta, sono stati ospitati nella struttura di accoglienza
occupata Metropolis sulla via Prenestina, una parte non
ha ancora trovato una soluzione e vaga per il quartiere, chiedendo aiuto
anche ai docenti.
Moltissimi dei 400 (così erano stati contati) presenti nello
stanziamento di via dellAereoporto si sono allontananti dopo la
distruzione delle baracche e rischiano di diventare una mina sociale
, vista la situazione di estremo bisogno e precarietà in cui
sono stati piombati.
In questa settimana, durante il succedersi convulso degli eventi, le
scuole è state molto vicine alla comunità rom, in particolare
la Masih e la Baracca,presso la quale i bambini
sono iscritti in misura maggiore che in altre scuole.
Non solo le insegnanti, ma anche molti genitori hanno portato generi
di prima necessità e cibo caldo durante le notti successive ai
due sgombri.
Docenti delle scuole hanno rilasciato interviste in TV e alla stampa.
Prosegue la richiesta, da parte dei genitori rappresentanti di classe
di poter raccogliere aiuti e contributi in denaro da destinare ad acquisti
essenziali per le famiglie che non hanno trovato ospitalità nelle
strutture comunali.
In questi primi giorni nonostante la precarietà delle diverse
situazioni, con nostro sincero stupore, constatiamo che 16 su 20 bambini
continuano a venire a scuola ogni mattina, accompagnati dai genitori,
a piedi o con i mezzi pubblici.
In alcuni bambini percepiamo lansia per il futuro immediato, per
la situazione della famiglia, per la scuola che rischiano di non poter
più frequentare.
Ci auguriamo che la loro situazione sia risolta al meglio.
Ci chiediamo perché noi Italiani abbiamo perso così presto
il ricordo dei borghetti di baracche che gli immigrati da
altre regioni dItalia costruivano intorno alle grandi città
dove cera lavoro, ma non cerano case per tutti, o le stesse
costavano troppo care.
Ci chiediamo perché una società
ricca e complessa non riesca a trovare una soluzione decente che tuteli
i poveri, i quali si spostano dove trovano lavoro.
Oggi a quegli immigrati italiani si sostituiscono immigrati dalla grande
patria europea o dal mondo intero: si tratta di capirlo, di affrontare
le nuove sfide, di saper gestire la complessità con generosità
e lungimiranza.
I problemi non si risolvono negandoli o trasferendoli di sede!
Simonetta Salacone
Dirigente della scuola Iqbal Masih di Roma
Larticolo è parte di
un più ampio articolo scritto per la rivista dellARCI
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