Riflessioni dopo lo sgobero di Casilino 700: un articolo di Simonetta Salacone

 

SPOSTATI : IL PROBLEMA, PER GLI ABITANTI DI CASILINO, NON ESISTE PIU’!

Il gioco è semplice e redditizio per l’immagine dell’Amministrazione comunale: i rom stanziati nel “fosso” di Centocelle sono troppi e possono diventare un problema per gli abitanti di questo territorio al confine fra i Municipi VI, VII e VIII.
Li allontaniamo dalla vostra vista: non vedendoli, penserete che il problema sia stato risolto (o sia stato scaricato su altri territori, ma a voi cosa importa?).
Direte: questa sì che è un’Amministrazione che sa decidere!

Quanti fra gli abitanti dei Municipi interessati si saranno chiesti dove quelle persone sarebbero finite, quale situazione più idonea il Sindaco e l’Assessore Belvisi avrebbero loro prospettato, come avrebbero salvaguardato le povere relazioni sociali e lavorative che quelle famiglie stavano tentando di instaurare sul territorio, come avrebbero garantito la continuità della frequenza scolastica…?

Forse si sono posti queste domande solo quegli abitanti che, in qualità di bambine e bambini, di mamme e papà, di insegnanti e personale delle Scuole “Baracca”, “I.Masih”, “Massaia”, hanno avuto modo di conoscere quelle persone come individui, con nome e cognome (difficili da pronunciare, ma con dei suoni così affascinanti!) non come indistinti membri di un gruppo rom , abusivo, arretrato, poco pulito, di sicuro un po’ ladro e delinquente come tutti i gruppi rom.

Pochi conoscono le grandissime differenze che ogni comunità esprime : i rom sono dai 9 ai 12 milioni, solo in Europa. Abitano in maniera stanziale in molti Paesi europei, dei quali hanno assimilato la lingua, la religione, la cultura, che utilizzano insieme a quella storica del proprio popolo. Hanno subito l’olocausto nei campi nazisti, ma non sono mai stati risarciti. La loro lingua non è censita fra le lingue ufficiali europee (si pensi che sono censite, ad esempio, due lingue dei non udenti, la lingua ladina, il “patois”!) .
In rom nati i Italia , distinti in diverse comunità, Sinti, Kalderasha, Abruzzesi, Campani, Camminanti siciliani,…sono circa 120.000; con quelli di più recente immigrazione, per lo più dagli stati dell’ex Iugoslavia , non raggiungono i 200.000.

Le difficoltà a riconoscere e accogliere il popolo rom esistono in tutta Europa, per le caratteristiche di marginalità storica e di “valori” che questo popolo vive: nessuna comunità rom ha mai voluto rivendicare un territorio come proprio, i rom non hanno mai dichiarato guerra a nessuno, non attribuiscono valore sacro e inviolabile alla proprietà e ai confini fra Stati.
Molte comunità sono divenute, nel tempo, stanziali , soprattutto nei paesi di lingua slava dell’Est e del Centro Europa. In alcuni di questi, vedi la Serbia, sono stati per secoli ridotti in servitù.
I rom , praticando lavori che in passato prevedevano spostamenti (attività circensi, artigianato dei metalli, musica, allevamento di bestiame) sono stato spesso in movimento fra i diversi Stati .
Solo l’Italia, la Grecia e la Bulgaria, però, sono state richiamate dall’unione Europea per le modalità assolutamente insufficienti e critiche dell’accoglienza (difficoltà dei riconoscimenti di cittadinanza anche per i nati in Italia, difficoltà ad ottenere permessi di soggiorno, situazioni troppo diffuse di rom apolidi) e per la mancanza di una politica abitativa (campi di transito dignitosi, villaggi attrezzati, possibilità di accedere agli alloggi di edilizia popolare).

Moltissimi di noi sono portati a generalizzare, attribuendo ai singoli i comportamenti di pochi: e questo è ciò che immediatamente porta al razzismo.

Delle famiglie allontanate dal campo abusivo di Casilino ‘700, tutte provenienti da una cittadina a sud di Bucarest, ci risulta che alcuni abbiano regolari contrati di lavoro e che altri facciano lavori precari, ad esempio una parte ricicla materiali che noi gettiamo seminuovi nei cassonetti, alcune giovani donne prestano servizio in famiglie italiane.

Per quanto riguarda la scolarizzazione, posso testimoniare personalmente , e con me tante e tanti docenti “Iqbal Masih”, che i rom rumeni si sono presentati all’istituzione educativa con grande dignità e desiderio di integrazione, con la consapevolezza profonda della utilità della scuola , con una grandissima voglia di riscatto sociale e di un futuro migliore per i propri bambini.
Ci siamo spesso dette con le insegnanti (i bambini di questo gruppo hanno , in parte, cominciato a frequentare la nostra scuola dal gennaio 2008) che non abbiamo mai visto genitori così poveri, in situazione abitativa tanto precaria e insalubre che però si mostrassero così ostinati nel portare quotidianamente i bambini in perfetto orario scolastico, a piedi o in bicicletta ( poiché non possiedono automobili né roulotte, né furgoni) nonostante il campo non sia vicino alla scuola, che si mostrassero tanto puliti ed in ordine, loro e i loro figli, e avessero tanta cura per il corredo scolastico!
Addirittura alcuni, nonostante la evidente povertà, contribuiscono alla cassa di classe, con cui i genitori fanno fronte ai bisogni che la scuola non riesce a coprire (prodotti per l’igiene personale, materiale didattico, piccoli sussidi).
Certo la fatica non è poca: per i bambini, molti dei quali non hanno mai frequentato la scuola in Romania, dove l’istruzione si paga e diventa, quindi, impraticabile per i poverissimi. Per maestre e maestri, professori e professoresse che devono affrontare non solo l’ostacolo della lingua, ma anche i problemi di percorsi didattici molto individualizzati. Per il personale non docente , chiamato a vigilare con tutte e tutti i docenti sui comportamenti complessivi nei locali scolastici, in giardino, in refettorio, di bimbi abituati a vivere solo in spazi aperti e in spazi molto angusti e promiscui come possono essere i furgoni e le baracche.
Tutti questi sforzi vengono, però, vanificati se non c’è continuità.

Alla comunità, il giorno 11 novembre, dopo lo sgombero, è stata data una sola alternativa: il rimpatrio assistito immediato (o il ricovero provvisorio, in attesa del rimpatrio) in strutture di accoglienza per le sole donne e bambini.
L’ offerta è stata, per lo più rifiutata.
La comunità rom, che per la notte successiva allo sgombro, si era sistemata in una fabbrica di birra abbandonata del quartiere “Villa de Santis”, il giorno successivo è stata nuovamente sgombrata, con grande spiegamento di forze di Polizia..
Dopo la distruzione delle baracche, con tutto ciò che contenevano di strumenti essenziali per cucinare, dormire, vivere, parte delle famiglie, una trentina di persone, sono state indirizzate dall’Assessorato, in accordo con i Servizi Sociali dei due Municipi VI e VII in una struttura di via Salaria, dove neanche agli avvocati è concesso entrare, parte , circa trenta, sono stati ospitati nella struttura di accoglienza occupata “Metropolis” sulla via Prenestina, una parte non ha ancora trovato una soluzione e vaga per il quartiere, chiedendo aiuto anche ai docenti.
Moltissimi dei 400 (così erano stati contati) presenti nello stanziamento di via dell’Aereoporto si sono allontananti dopo la distruzione delle baracche e rischiano di diventare una mina sociale , vista la situazione di estremo bisogno e precarietà in cui sono stati piombati.
In questa settimana, durante il succedersi convulso degli eventi, le scuole è state molto vicine alla comunità rom, in particolare la “Masih” e la “Baracca”,presso la quale i bambini sono iscritti in misura maggiore che in altre scuole.
Non solo le insegnanti, ma anche molti genitori hanno portato generi di prima necessità e cibo caldo durante le notti successive ai due sgombri.
Docenti delle scuole hanno rilasciato interviste in TV e alla stampa.
Prosegue la richiesta, da parte dei genitori rappresentanti di classe di poter raccogliere aiuti e contributi in denaro da destinare ad acquisti essenziali per le famiglie che non hanno trovato ospitalità nelle strutture comunali.
In questi primi giorni nonostante la precarietà delle diverse situazioni, con nostro sincero stupore, constatiamo che 16 su 20 bambini continuano a venire a scuola ogni mattina, accompagnati dai genitori, a piedi o con i mezzi pubblici.
In alcuni bambini percepiamo l’ansia per il futuro immediato, per la situazione della famiglia, per la scuola che rischiano di non poter più frequentare.
Ci auguriamo che la loro situazione sia risolta al meglio.


Ci chiediamo perché noi Italiani abbiamo perso così presto il ricordo dei “borghetti” di baracche che gli immigrati da altre regioni d’Italia costruivano intorno alle grandi città dove c’era lavoro, ma non c’erano case per tutti, o le stesse costavano troppo care.

Ci chiediamo perché una società ricca e complessa non riesca a trovare una soluzione decente che tuteli i poveri, i quali si spostano dove trovano lavoro.

Oggi a quegli immigrati italiani si sostituiscono immigrati dalla grande patria europea o dal mondo intero: si tratta di capirlo, di affrontare le nuove sfide, di saper gestire la complessità con generosità e lungimiranza.
I problemi non si risolvono negandoli o trasferendoli di sede!

Simonetta Salacone
Dirigente della scuola “Iqbal Masih” di Roma

L’articolo è parte di un più ampio articolo scritto per la rivista dell’ARCI